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AUSCHWITZ, la memoria tradita.

Settembre 1, 2007

E’ un’afosa giornata di agosto. Il sole, che illumina le prime ore del mattino, crea ampi fasci di luce tra la polvere che si alza dalla strada al passare dei numerosi pullman che arrivano o che se ne vanno. La gente, scendendo dai mezzi, si guarda un istante intorno poi s’incammina, si appresta a mettersi in fila e di nuovo si ferma a guardare. Dinanzi, un cancello, una scritta: “Arbeit macht frei”. Auschwitz.

Questo nome dovrebbe generare nella gente un ricordo di ciò che ha letto nei libri, di ciò che ha sentito dire da chi ci è stato, di ciò che ha visto in TV o al cinema. Un ricordo di un qualcosa di orribile e doloroso che ha immaginato ma che non ha mai potuto comprendere pienamente; non prima di aver varcato quel cancello. Il campo di Auschwitz, nato nel 1940 dalla follia del nazismo per attuare “la soluzione finale”, il genocidio degli ebrei, è da anni un museo, patrimonio dell’umanità dichiarato dall’Unesco.

Dopo lo stupore e l’imbarazzo iniziale ci s’incammina lungo i ruvidi selciati circondati da reti e filo spinato. In un doveroso silenzio, lo sguardo rivolto verso il basso, inevitabilmente si pensa a quante volte gli abitanti di quel campo abbiano percorso quella stessa strada: cento, mille, forse una sola e ultima volta.

La visita lungo i blocchi e le misere baracche dove i detenuti erano costretti a dormire ammucchiati, l’un sull’altro, in giacigli coperti di paglia e fango, spesso attaccati dai topi attirati dai cadaveri lì accanto è quanto di più amaro si possa immaginare.

Il sole è ora alto, il caldo inizia a battere i primi colpi ma non ci si fa caso; si osservano le fotografie, le informazioni disseminate un po’ ovunque con la descrizione del destino di milioni di persone passate per quel posto. Milioni di persone che non esistono più. Rabbrividisco.

Ad un tratto si nota una stradina che sembra allontanarsi di qualche centinaio di metri dal resto dei blocchi, conduce ai margini del campo fuori dalla vista oltre una collinetta. Gli occhi. Quelli colpiscono più di ogni altra cosa nel campo. Gli occhi di chi torna indietro da quella collina, gli occhi di chi ha visto, occhi tristi. La Camera a gas, il forno crematorio. La strada disseminata di candele e lumini, l’odore d’incenso all’interno delle stanze, lo stridore delle unghie sulle pareti che echeggia ancora nelle orecchie di chi osserva quei graffi, ricordo della sofferenza e di quell’estremo, soffocato, tentativo di aggrapparsi alla vita. Poi, il silenzio. Assoluto.

Il museo di Auschwitz è una meta spesso obbligatoria per molti giovani provenienti da Israele così come per molti studenti di tutto il mondo: “Per non dimenticare…” come viene spesso citato. Ma è davvero sempre così?

Tra le centinaia di migliaia di turisti che visitano il museo durante l’anno non manca chi sembra rimanerne indifferente, chi lo visita con lo spirito di chi visiterebbe un qualsiasi museo d’arte moderna o chi si fa una foto, sorridente, davanti un forno crematorio come ricordo. Soprattutto, fa impressione leggere ancora un “Juden Rauss” scritto da qualche fanatico con un pennarello o inciso sulla parete e accompagnato dalla svastica in qualche angolo delle baracche. Nel tempo in Europa si sono ricreati gruppi di giovani neofascisti che con il braccio destro alzato inneggiano al Duce o al Fürher, cosa che sembra andare molto di moda soprattutto all’interno degli stadi di calcio. La storia, il grande errore quale furono il fascismo e il nazismo, non ha forse insegnato nulla a questa gente?

Dopo la seconda guerra mondiale la nascita dello stato di Israele ha creato una questione tuttora irrisolta in medio oriente; tra attentati e ritorsioni, da chi ha subito una simile tragedia qual’è stato l’Olocausto non sarebbe lecito aspettarsi il primo passo verso la pace ed evitare le inutili stragi?